mercoledì 12 dicembre 2012

tremori

"E poi nascondi tutto. Tutto è un segreto. Un segreto non si dice. Non si dice alle persone. Le persone non capiscono. Cosa capiscono quelli che stanno fuori? Fuori dal cuore sta solo l’abitudine. E per abitudine la gente lascia la coscienza chiusa nel cassetto. Un cassetto che chissà se sta a casa. Una casa dovrebbe conservare affetti. Ma di affetti si può vivere? Vivere che non vive più nessuno. E nessuno sa più niente degli altri. E gli altri siamo noi. Noi che stiamo dentro alla casa nel segreto di quel cassetto. Il cassetto trema col terremoto. Il terremoto trema perché la terra ha paura. La paura ci blocca le mani. Le mani si arrestano in aria. E l’aria vive e trema nei nostri sguardi. Gli sguardi stanno lontani ma si osservano vicini. E vicini non siamo mai stati come quella volta. E quella volta è solo quella e non ritorna. Ma ritorna la memoria. La memoria non si ferma. Si ferma la terra che non trema più. Più è tanto per due come noi. E siamo ancora a noi. Noi nel cassetto. Il cassetto e i suoi segreti. I segreti e l’amore che si tace. Ma tacere non lo fa l’anima, che grida. E allora siamo grida che fanno vibrare l’aria dentro il cassetto. E il cassetto prima o poi si aprirà che non ce la fa più. Più siamo ancora noi. E noi non siamo destinati a stare in un cassetto. E il cassetto si aprirà. Aprirà le nostre vite. E la vite crescerà nella terra che non trema più perché i nostri sguardi si uniranno e nell’aria batteranno."

lunedì 3 dicembre 2012

ti ho perso ad un tratto o forse tempo fa
perché a mirare bene prima o poi si ferisce
avremmo dovuto saperlo
eppure io stavo lì dentro al vaso
e tu mi annaffiavi
e io niente, vivevo
poi un giorno hai tirato un po' troppo
o forse le mie radici si sono slegate dalla terra
e sono caduta
caduta da farsi male da morire
e infatti sono morta un pochino
e sei morto anche tu
io nei miei sbagli
tu nei tuoi dubbi
tu nei tuoi sbagli
io nelle mie speranze
e poi basta
hai cambiato vaso o pianta o acqua
ma io non potevo essere ri-piantata
e allora, niente
ancora, persi da qualche parte tra la terra e il cielo, ad amarci
eravamo il seme che doveva funzionare
che avrebbe funzionato
sarebbe cresciuto
e diventato albero, avremmo vissuto dei nostri frutti
ma niente
certe volte manca solo la fortuna
e noi non ne abbiamo mai avuta
magari, un giorno, in un'altra casa
seremo le nostre mani che finalmente si tengono
saremo la carne e il sangue
saremo l'amore che siamo già ma non può essere vissuto
e acqua
e tutto
o niente
per sempre.

domenica 18 novembre 2012

la passion à l'intérieur

Il polso breve,
il braccio s'innalza al cielo
esplode dentro
s'accende
occhi richiusi nel silenzio
cori di angeli lontani
scendono a santificare le ossa
mentre il fuoco brucia la carne
inferno di lingue
purezza dell'acqua
tutto si scambia
divenire tavolozza del mondo
estensione del sesso, dell'anima
e amore, sangue, morte,
vita
sono tutti i miei colori.






L'impulsion courte,
le bras se lève vers le ciel
explose à l'intérieur
allumé
les yeux fermés dans le silence
chœurs des anges loin
vers le bas pour sanctifier les os
tandis que le feu brûle la chair
l'enfer des langues
pureté de l'eau
tout est échangé
devenir la palette du monde
extension du sexe, de l'âme
et l'amour, le sang, la mort,
vie
sont toutes mes couleurs.

venerdì 16 novembre 2012

dai mi fai il solletico... si può sapere che stai facendo?
ti scrivo addosso
e lo dici così?
così come?
come se fosse la cosa più semplice del mondo e tu ne avessi diritto. che scrivi, me lo dici?


no, non te lo dico


forme

ero delusa solo perché volevo che vedessi la forma del tuo cuore che avevo segnato sulla spiaggia.
mentre immergevo l'indice nella terra pensavo a come potesse essere, e m'è venuto un cuore interrotto.
poi quanto ti ho visto ho dimenticato quei segni, la spiaggia non c'era ed era sparita anche la delusione, persa nei piccoli sorrisi tra uno scaffale e un altro di libri.

ho capito che s'era interrotto sulla spiaggia per ricominciare a battere a tempo col mio in qualunque altro posto.

tout commence par une interruption

martedì 13 novembre 2012

c&c


Ti sbagli

Cominciamo bene

Se ti dico che ti sbagli, così è

E dai spiegami

Ti dico: bum

Il cuore

Macché

Quello è bum bum

Ti dico bum bum

Il cuore!

Macché quello è passato

E allora cos’è

Il cervello

Ah, pensavo facesse splat

Solo che esce dalla testa

E dove va?

Dove il cuore, sta.

 

lunedì 12 novembre 2012

cosa c'è per cena?

Eccoti, ti aspettavo, benvenuto. Cosa fai, non ti accomodi?
Sì, dai, mettiti comodo, togli il cappello il cappotto e l'ombrello.
Siediti siediti.
Cosa c'è per cena?
Sei cuorioso eh, sì, la curiosità mi piace, ma non insistere dai, è una sorpresa. Grazie del vino, non dovevi. Sì, lo so che ci tieni.
Mh che profumino, non trovi?
Mettiti lì nell'angolino tanto lo so che non ti vuoi sposare. Ma io sì, quindi l'angolino va a te.
Che ridi? C'è una saggezza preziosa nei vecchi modi di dire! Che dici? Non dici niente, lo so. Va bene, stai pure così. Aspetta, versa del vino. Spezza il pane, sa di buono, è fresco.
Arrivo arrivo. Devo solo...ecco sì, quasi ci sono. Tuc tuc. Ah ora sì.
Che fai, le uova?
Più o meno. Anche se credo che ormai la frittata sia fatta.
Allora è pronto? Quasi quasi, fammi mescolare bene, ah scusa se non ti ho chiesto come lo preferisci, che maleducata.
Non importa, se è come il tuo andrà benissimo.
Se lo dici tu. Mh senti che odorino?
Finalmente saprò cosa c'è per cena!
Apri la bocca




domenica 11 novembre 2012

che certe volte che


Che certe volte si spegne il telefono e invece si vorrebbe solo ricevere una chiamata. E allora perché spegni il telefono, così non la riceverai. La vedrò domani. Domani la vedrò e capirò che mi ha cercato. Ma non sarebbe meglio che lo tenessi acceso così ci parli? No. Perché no? Non riesco a sentire la voce e non cominciare a desiderare.

 

Che certe volte si  dice ok e invece si direbbe “fa tutto schifo”, non mi piace quello che hai detto, quello che non hai detto, quello che penso che tu abbia detto, quello che tu volevi dire e non hai detto, quello che.

 

Che certe volte spegni la luce per vedere se hai ancora paura del buio, ma no, non ce l’hai perché insieme all’innocenza hai smesso di avere certe paure e però vorresti lo stesso sentire un megaabbraccio al caffè.

 

Che certe volte dici che vai a dormire e invece non ci vai o ci vai e non ci riesci e ti rialzi e cammini e sbadigli e cerchi di non pensare ma ci pensi lo stesso. E niente. Alla fine non dormi un cazzo e ti devi alzare all’alba.

 

Che certe volte non spegni il mondo fuori, ti spegni tu dentro.

 

Che certe volte ti senti come se potessi baciare il mondo e potresti davvero e poi ti ricordi che non te ne faresti niente delle labbra di tutto il mondo se le uniche che vorresti non le puoi baciare

 

Che certe volte la mano la stringi a pugno fortissimo che poi quando rilasci le dita sembra come se qualcuno te l’abbia stretta fortissimo e lasci che esca il calore dalla pelle, così puoi farlo di nuovo. Stringere fortissimo.

 

Che certe volte anziché guardare una cazzo di foto vorresti guardare gli occhi in 3D.

 

Che certe volte non sai che scrivere e dici che scrivo? E poi arrivi alla fine e capisci che hai scritto molto di più di quello che avresti dovuto.

 

Che certe volte: you and me, and fuck you all, people!

 

Scusate non ce l’ho con nessuno, solo che certe volte

giovedì 8 novembre 2012

rosso, blu e giallo.

poi una si ritrova col sedere sul pavimento freddo e le gambe spalancate, a costruire sogni col lego. Prendi il rosso e poi il blu e il giallo ed è armonia. Sono i giochi dei bambini che ci insegnano a vivere. Non ci rendono più saggi, dato che sto perdendo la sensibilità a furia di stare in questa posizione, ma meglio insensibili a questo che ai propri desideri.
Allora mi volto che una voce chiama, pare mio nonno, quello che veniva dalla guerra. Ma non può essere lui, che non l'ho mai conosciuto. E piango. Piango anche quando non ci penso e vedo altri anziani camminare. Sto col cane e loro stanno tra loro. Appoggiati ad un bastone ideale, aggrappati agli ultimi anni da vivere. Con le facce stropicciate e gli occhi velati dall'età, dalle vite vissute, da quelle che non vivranno mai. E piango un po' anche lì, dietro di loro, a pochi passi, col cane che fa i bisogni e io che li lascio andare, i miei nonni, svanire nella nebbia.
E la nebbia è come il lego. Non pensavo che potesse colorarsi. Rosso e blu e giallo. Deve essere l'armonia di un'altra dimensione che irrompe nella mia. Infatti non mi è dato di vedere, solo di scorgere. E mi stropiccio gli occhi che nessuno mi asciugherebbe le lacrime. E quindi scorgo, forse alberi, palazzi, strade, lampioni, campane disegnate sul cemento. Campane che non suonano ma mi fanno sentire, che i ricordi certe volte fanno un rumore che non si riesce più a capire dove ci si trova. E non si capisce se oltre la nebbia c'è il passato, il futuro. O il mondo dei tuoi sogni.
E mi fermo e la smetto. Smetto di giocare, mollo lì i miei lego. Mi rimetto a camminare, senza il cane.
Verso la nebbia che son vicina solo di un passo.
-non andare-
ma io voglio sapere.
-lo sai già-
impossibile.
-li sai già i tuoi colori-
rosso, blu e giallo. Ma sono confusa.
-normale, fa parte della vita-
e se quella nebbia lì mi inghiotte? Se avanza e io non ho costruito il castello? Come faccio?
-di cosa hai paura?-
di scomparire nella nebbia.
-non accadrà-
come lo sai?
-guarda bene a fianco a te. Cosa vedi sulla strada-
piccoli passi, rossi blu e gialli.
-armonia. È già tutto dentro di te. Solo che tendi a dubitare.-
cosa faccio ora? Fa freddo e non sento le gambe.
-ci sono altri come te. Guarda quello lì, che si pensa grigio e invece è blu brillante. Comincia da lì e vedi dove riuscite ad arrivare.-
Va bene. Grazie. Nonno.


domenica 4 novembre 2012

ogni mattina.

Non lo so, sarà che fuori piove e a me piace da morire quando fuori piove. Stai qui, con me, sotto le lenzuola calde dei nostri corpi. Stai qui, accanto a me, sopra i cuscini caldi dei nostri sorrisi di prima mattina. E' tutto molto semplice e non sto sognando. Ti alzi prima di me, sai che mi piace sentire l'odore del caffè. Mi sveglio subito dopo. Ma ti aspetto. Aspetto che compi i tuoi piccoli gesti, rituali che ti fanno stare un po' tranquillo. Ti riempiono il primo pensiero bello della giornata. E io non potrei essere più felice. Sono io quel pensiero. Mi volto verso la finestra enorme che si affaccia solo sul cielo scuro e le punte degli alberi. Siamo così in alto che non avrei mai creduto avresti accettato di viverci. Ma hai detto sì. E un pochino sei cambiato. Per te , con me. E lo sono anche io. Ecco, ti avvicini "la smetti di scrivere?" sorridi, sai già che non sarebbe possibile. Io scrivo sempre. Anche nella testa, quando tu mi baci, mi rubi l'inchiostro, ma te lo concedo. Mi piace anche questo, che mi fai sentire una pagina bianca ogni giorno. No, non ogni giorno. Ad ogni bacio. No, neanche solo ad ogni bacio. Ad ogni tuo, intenso, sguardo.
Mi manchi. Mi manchi sempre, anche quando ti ho vicino mentre dormi, e ti catturo il fiato con la mani e me lo metto sulla guancia.
Mi manchi. Mi manchi sempre, anche quando ti penso così intensamente che mi viene mal di stomaco e a lavoro pensano che io abbia la gastrite.
Mi manchi e
Mi manchi.
E ti amo. Come si amano le cose di cui sai di non poter fare più a meno.
Ti amo anche perché so che desideri ogni piccola cosa di me, ma non me la chiedi mai. Che certe volte penso persino che ciò che faccio e scrivo e penso non ti piaccia affatto. Io creo tutti i mondi possibili e tu già li possiedi, che non esisterebbero se non ci fossi stato tu, questo devi ricordarlo sempre. Anche quando ti manco. Anche quando ti mancherò. E mancherò ai tuoi abbracci e alle tue mani. E ai tuoi occhi...
non piangere amore, non piangere sennò piango anche io. Potremmo allagare la città più della pioggia con il nostro dolore. Non piangere, non piangere. Oppure facciamo così: quando piango io mi tieni a galla tu e poi facciamo il contrario, che se entrambi franiamo, riempiamo solo la casa di polvere e chi la pulisce poi...
Dai sorridi, amore, sorridi quando vedi l'alba che colora il giorno.
Sorridi, quando pensi a me, me lo prometti?
Che voglio che ci portiamo dentro come una mamma porta felice il dolce peso dell'attesa.
Raggiante.
Dammi la mano, adesso, baciami, e riscriviamo tutto daccapo. Ancora e ancora e ancora.

c'è una distanza di te che non colmerò, e va bene così, sono spazi tuoi. io intanto, riordinerò la nostra stanza, abitando il luogo dell'attesa. ti lascio la chiave dentro la pianta senz'acqua, così avrai da fare, mentre starai là, ad aspettare.

venerdì 2 novembre 2012

""acqua""

Senti, c'è un suono che non sa tacere

l'unica fiamma che non brucia

vento che non scuote e non scappa

è un rumore lieve d'acqua

sono i suoni delle parole

senti, a c q u a

apre le labbra come prima di un bacio

bacia la pioggia e batte i denti nella solitudine fredda

in attesa che l'asfalto risponda e la raccolga in un lago di città

uno specchio, suona violento

picchia la vista se ti ci butti dentro

ma non temere che è sempre e solo acqua

e allora sorriderai

con le dita la sfiorerai

il fruscio dolce di una carezza

è pioggia che solletica la guancia

son tutte vive queste piccole lacrime

si spargono sulla terra riarsa, bruciata, nascosta

e ha bisogno ancora d'acqua

senti, a c q u a

il suono si apre ancora, pare un abbraccio

non stringe ma avvolge, è un patto

mani che battono, quasi si scontrano

solo per arrivare a toccarsi

e l'una nell'altra, d i l u i r s i


a c q u a

               a c q u a

a
   
  c

q

   u

a

una danza è

la speranza.


giovedì 1 novembre 2012

Accade, quando ci tieni.

Ti ho aspettato fino a dimenticare cosa. Mi è rimasta un'attesa nei risvegli, saltando giù dal letto incontro al giorno. Apro la porta non per uscire, ma per farlo entrare.
Non vorrei scrivere di storie vere o di amori impossibili. Vorrei scrivere di panchine piantate nella terra, circondate dal verde profumato dell'erba. C'è anche qualche piccolo fiore, che spunta con un ciuffo di colore, nell'asfalto.
Sono cose che amo scrivere, queste. E tu ami leggerle. Le ami perché c'è dell'amore dentro, c'è una fievole luce, quel calore di mano che sfiora un'altra mano. Mi è rimasta l'attesa perché l'attesa si riempie sempre un pochino, si gonfia come un palloncino di speranza. E se potessi saltare giù dal letto senza annichilirmi per il freddo dell'inverno, spalancherei non solo la porta, ma tutte le finestre di casa mia per fare entrare il mio amore, il mio amico, la mia piccola primavera.
Parliamo di se e di ma, dimentichiamo che il tempo se ne frega dei piani della gente, e ti mozza le gambe, alcune volte ti fa finire dritto in ospedale nel pieno della notte.
Ed è allora che lo fai entrare davvero, l'amore di cui hai bisogno. L'affetto. La cura. Sarebbe bello che non dovessero succedere fatti particolarmente tragici per farci comprendere quanto qualcuno conti in un modo che ti spezza il fiato. Ma siamo umani. Sbagliamo. Dimentichiamo di sognare. Facciamo finta di non sperare. E siamo spesso troppo orgogliosi per metterci in ginocchio.
E allora si fa quel numero, si scorre la rubrica. E poi ti innamori di quel gesto che stai facendo, perché stai cedendo e stai chiedendo aiuto e non ci sei abituato. E ti innamori di nuovo di una frase. Una cosa che molti non fanno più: dare calore incondizionato.
Io ci sono. Rimango sveglio. Non sei solo.
E allora è come se dentro, insieme alla paura del momento, nella confusione dell'angoscia e della nebbia nel cervello, qualcosa fa di nuovo click e quella ruota che avevi bloccato come si fa con le ruote di una sedia a rotelle, ricomincia a girare.
E gira. E tu la senti. E non ne vuoi fare più a meno. E allora non importa più in che modo quella persona c'è, non conta se ha anche una vita propria, se sta vivendo qualche storia, se sta passando periodi di angoscia silenziosa. Non conta non perché non sia importante, ma perché hai finalmente incominciato ad accogliere quella persona così, come viene, quando vuole, per amore o per egoismo, per amicizia o per pietà. La accogli. E non gli fai più le domande che avresti fatto prima. Ti occupi solo di stare in un angolo della sua vita o qualsiasi altro spazio che ha intenzione di concederti e stai. Stai lì. E glielo dici che stai lì. Che non te ne andresti mai più. Perché in un modo o nell'altro, vuoi che continui. Che continui sempre. Anche con intervalli di silenzi, aggiustamenti di ingranaggi reciproci.
Deve continuare. Solo questo conta.
Perché gli inverni sembrano più lunghi delle estati o delle primavere, ma quella panchina sta lì bella piantata alla sua terra. E sta. Attende. Vive dei fiori vicino, delle nuvole del cielo, dei baci dei ragazzi innamorati, dei bastoni che gli anziani usano per camminare.
Le panchine vivono a modo loro. Forse è questo che tutti siamo, panchine che respirano le stagioni e gli odori del mondo e della gente.
Io ci sono. Ha un odore buono, di biancheria pulita, di persona pulita. Di qualcosa che merita solo di essere asciugata al sole, all'aria frizzante della sera. Ed essere indossata ogni giorno. Magari prima di andare a dormire. O appena svegli. Prima di ricominciare la giornata.



martedì 23 ottobre 2012

i timidi

quanto sono belli mentre si raccontano quelle piccolissime bugie che permettono di giocare a nascondino ancora per un po'.
perché sono dolci, insicuri, impazienti e ancora un po' spaventati, e allora è così che devono fare. è il loro modo per aspettare, sperare, amare.
quanto sono belli quando si scambiano le vite con gli sguardi, con la voce che si impegna a farsi mancare, che così quando poi si sentono, suona tutto come una meraviglia. una piccola novità che però rimane la stessa. nonostante tutto.
tutto passa, ma loro no, chissà perché, e allora mi capita di pensare che è perché un po' vogliono che sia così, un po' è così e basta.
e mi fanno tenerezza quando dicono a loro stessi no no, sì sì, forse e vorrei, che me li immagino con le dita attorcigliate sulle ginocchia e le parole incastrate nelle sinapsi. così alimentano un po' il silenzio delle attese.
e poi si mettono a scrivere forsennati, e poi cancellano tutto, che indietro nella vita non si può tornare, ma a scrivere una cosa grammaticalmente corretta si fa sempre in tempo.
e devono ancora capire se il tempo è un alleato o un nemico, e sono perplessi. belli i timidi che si perplimono. stanno a pensare e pensare e pensare con i punti di domanda che gravano sulle teste, come dei fumetti buffi.
e allora chiusi nelle vignette, un po' al sicuro, certe volte si fanno e coraggio e cancellano i confini.
e lo spazio si unisce, diventa una sola cosa, e loro sono la stessa cosa. spazio che si riempie.
belli i timidi che nascondono le insicurezze nelle tasche ma invece di svuotarle, continuano a scavare dentro. ma poi quando tirano fuori le mani è ancora più bello che sembrano dita su di un piano e sono note, diventano musiche che si scambiano il respiro, vibrando insieme.
che quei timidi si muovono fuori tempo ma, chissà come fanno, stanno sincronizzati, sintonizzati, sullo stesso sogno.
quando li vedete, i timidi intendo, non li deridete e non ne abbiate pena, loro sanno come vivere, a modo loro, qualcosa di innegabilmente vero.

domenica 21 ottobre 2012

qualcosasullebolle

è che certe volte penso di essere dentro una specie di bolla
una che sta per esplodere?
una che viaggia. al sicuro. sto dentro e vedo le altre bolle, le altre persone, e non me ne importa nulla. sto troppo bene nella bolla.
non credo sia possibile
cosa?
che non ti importi della gente.
non lo so. io penso che sia possibile. penso che lo potrei fare, vivere per me stessa fregandomene altamente.
e che vita sarebbe?
una senza dolore. o delusioni.
ma anche senza belle sorprese.
può darsi.
e sarebbe meglio per te vivere così?
sarebbe vivere. non meglio. solo vivere, un poco in pace.
raccontami la pace
non saprei, è come quando stai nella bolla e voli e vedi le altre bolle che si fanno i loro viaggi e ognuno lì è come te senza di te, viaggia, sta. esiste.
prima o poi l'ossigeno nella bolla però finisce.
certe volte ci penso. a come sarebbe morire nella bolla. uno scoppio. forse insieme a lei scoppierebbe il mio corpo.
immagine splatter.
già.
davvero lo vorresti?
che ne so, no, non vorrei. sono solo stanca. ecco tutto.
questo è comprensibile.
e sono arrabbiata. davvero tanto. va storta questa vita che vorrei solo urlare e infilare una parolaccia dietro all'altra.
chi te lo impedisce.
la gente. la gente non capisce mai come sei fatta e di cosa hai bisogno.
forse lo capisce. forse non gli importa e basta.
e perchè a me dovrebbe importare?
non lo so, dimmelo tu. pensa a come sarebbe. pensa a come saresti tu, senza te.
e' una cosa assurda.
stiamo in una bolla, dopotutto.
e nessuno ti ha invitato.
se aspettavo il tuo invito...
va bene, ci penso.
sarei sola.
errore. sei già sola.
sarei triste.
errore. sei già triste.
sarei...
cosa?
non sarei. non sono io. non sono fatta per stare per sempre in una bolla. mi mancherebbe tutto. troppo.
cosa ti mancherebbe?
la vita.
nella vita c'è dolore.
sì, lo so fin troppo bene.
ma c'è anche amore.
e il dolore è il prezzo che si deve pagare per amare?
non saprei. ma non è che equivale sempre a sofferenza...
dimmi dove sta la gioia, dimmi dove la vendono
non ci vuole la tua coscienza per dirti che non è in vendita, vero?
no.
bene. che farai, allora?
salterò giù.
se cadi ti fai male.
se non cado, non potrò vivere fuori dalla bolla.
ma se cadi...
magari non cadrò da sola. magari ci faremo male in due. e sostenendoci a vicenda riusciremo a camminare.
cioè essere due zoppi dovrebbe essere la soluzione?
ahah sei una coscienza spiritosa. no, ma è pur sempre vivere. non esistere solamente.
l'amore è un'insistenza che si ferisce. la vita, in generale, lo è
dove l'ho già letto?
ahah sei spiritosa anche tu.
come sono saggia.
mica tanto, tempo 3 secondi e sarai in caduta libera. Buon viaggio.
grazie?
3
2
1
...







martedì 16 ottobre 2012

l'importanza di fare e disfare.

che fare l'amore la gente non lo sa, ma vuol dire proprio fare, costruire, creare, coltivare, dedicare tempo. che fare l'amore non è l'unione dei corpi, e la conoscenza degli abissi, l'accettazione dei difetti, l'amorevolezza dei gesti. l'amore si fa con le mani quando regali un sasso che anche se non lo sai vuoi dire "ti offro un pezzo della mia strada, ti va di camminare insieme?". l'amore si fa con gli sguardi di luce e di pianto. l'amore si fa con le orecchie che ascoltano per ore, giorni, mesi, anni, la tua vita come fosse una storia rara, una favola in cui nessuno crede più, un testamento di attimi.
l'importanza del fare l'amore sta nel senso che da ai giorni, alle notti, ai sogni.
e l'amore si può anche disfare, per carità, certe volte si lascia andare, che crolla come un castello di carta o di sabbia sommerso dall'onda. anche quello serve, anche da quella vita slegata dalla felicità, impariamo. impariamo che fare l'amore, farci l'amore dentro è il primo passo per farlo con qualcun altro. e allora cuciamoci dentro un filo di speranza che poi la persona che coglierà l'altro capo, avrà cura della matassa incasinata che siamo e insieme si farà l'amore in un maglione per stare al caldo negli inverni che ci capita di vivere.

sabato 13 ottobre 2012

Di tempo in tempo (restituiamo dignità all'autunno)

Eccoci, ebbene sì, siamo arrivati in autunno. E quindi? No, sul serio, e quindi? Scorgo diversi articoli e/o messaggi televisivi (che li chiamo messaggi che servizi veri e propri sarebbe lusinghiero), e tutti parlano dell'autunno come della stagione della nostalgia, dello struggimento della memoria, della malinconia che pare cronica come il malditesta. C'è chi si ricorda dei brufoli e delle insicurezze adolescenziali, chi rimpiange l'innocenza dei bambini, chi gli abbracci dei padri e delle madri. E via dicendo.
DLIN DLON GENTE: siamo solo in autunno, non nella macchina del tempo. Voglio dire, ma dobbiamo aspettare per forza un tempo stabilito per ricordare le cose belle, quelle che abbiamo abbandonato, quelle che rimpiangiamo etc? E se invece lo facessimo a cadenza quasi fissa, tipo una registrazione che ogni tanto si ascolta, magari in inverno, in primavera, in estate e boh, nelle settimane che ci pare durante l'anno? Ricordare di tempo in tempo ciò che siamo stati, usare la memoria come campanello della porta, squillo del telefono del cervello e del cuore. Qualcosa che non si dovrebbe risvegliare con un sapore dolciastro solo in autunno, insomma. Questa tendenza mi pare molto in accordo con una società che definisco "emozionale": ecco, ora ricordo quel vecchio amore e rimpiango, ecco, ora mi struggo per quell'occasione mancata e mi deprimo. E' quell'ecco che mi fa pensare, quel momento in cui scatta la scintilla dell'emozione, diciamo pure dell'innamoramento di quel preciso episodio passato. E poi, dove va a finire quell'innamoramento che sembrava agitasse le vite? DLIN DLON GENTE: si affievolisce! E' normale, sapete?! E' nel dopo innamoramento che si impara la vita, è nel "di tempo in tempo", cioè ciò che sta in mezzo tra un innamoramento e l'altro che costruiamo le nostre esistenze. Quindi, cortesemente, smettiamo di guardare l'autunno come quella stagione di mezzo che ci deve fare stare male, poveretto, che quello invece è pieno di colori bellissimi da gustare: rosso, giallo, marroncino, in varie tonalità. Ce la mette proprio tutta questo autunno per regalare se stesso, non lo sminuiamo con innamoramenti che passano in un battito di ciglia.
L'autunno ringrazia per lo sforzo, ma per vendetta, ci bagna con qualche scroscio di pioggia in più. E noi, non incazziamoci per la pioggia, prendiamo l'ombrello (rosso sarebbe meglio) e andiamo a fare una passeggiata, in dolce compagnia o anche no, ma con il sorriso sulle labbra.
Restituiamo dignità all'autunno EH.

giovedì 4 ottobre 2012

Madov'èchevuoiandare?


Mi guarda intensamente. Quasi come se volesse che io capissi qualcosa.

Che, per caso, hai una pistola nella tasca? Ma dato che hai entrambe le mani nascoste, non penso. Credo. Spero.  Sarebbe un giorno come un altro per morire con i rimpianti che ti stanno nelle scarpe e appesantiscono la strada da percorrere. E tu che scarpe tieni? Guardo le scarpe, che per me sono come le mani nelle tasche, nascondono le direzioni che ogni dito vuole prendere (infinite possibilità), ma poi che devono fare? Si devono mettere in accordo e con tutto l’arto, andare. Ma le mani? Le mani dove vogliono andare? Le dita cosa cercano? Cosa vogliono?

 

e intravedo una sorta di graffio interiore, qualcosa di ben nascosto ad un occhio superficiale, un occhio che ho sempre ripudiato, una me stessa che ho estirpato sul nascere. Odio la superficie delle cose, mi viene voglia di gettare un sasso per spaccare quel ghiaccio che lo avvolge, sottilissima barriera all’anima bucata, ancora infetta. Poi mi dico che non è compito mio, che non sono cose che mi dovrebbero riguardare, che sono la solita presuntuosa travestita da crocerossina. Allora faccio un passo indietro con la piena intenzione negli occhi di fare un altro passo e continuare in retromarcia fino a scomparire dalla sua vista. E’ allora che succede il miracolo: la sua carne esce dal nascondiglio della stoffa, e si aggrappa alla mia.

 
e' allora che sento: madov'èchevuoiandare?
 
 
 
e dove vuoi che vada? Nella tua mano rimango.

mercoledì 3 ottobre 2012

La settimana di Martino


Conosco un uccellino

Carino, proprio carino

Sta nella bocca di un gattino

Ma non ti spaventare

Mica se lo vuole mangiare!

Lo porta sempre a spasso

Che l’uccellino inciampò in un sasso

E si ferì le alucce

Allora incontrò un gatto con la babucce

E quello si intenerì e se lo prese nella bocca piano piano

Ma cosa ci fai tutto solo?

Mi sono trovato ferito

E tutti sono andati via che è tempo di migrare

ma io non riesco, non posso volare

non è una buona ragione, disse il gattino

per lasciarti solo a zoppiccare.

L’uccellino pianse un pochino

Che tra tutti i suoi simili proprio nessuno lo aveva curato

Come ti chiami? Chiese al gattino

Mi chiamo Martino.

Che cosa facciamo?

Che cosa vuoi fare?

Andare a casa.

E allora andiamo!

Cammina cammina

Di strada ne fecero insieme

Di tutti i tipi, colori e profumi

Fecero un viaggio lungo tutto il mondo.

Ecco adesso sei arrivato, dai muoviti

Sei anche guarito

Ma io non sono sicuro

Devi solo provare ad essere ciò per cui sei nato

Con un grosso sospiro l’uccellino si fece coraggio

e le alucce si mossero

sempre piano piano

ecco ecco, hai visto? Cinguettò contento

certo certo, dovevi solo provare

mica è facile se fai finta di dimenticare

dai andiamo, disse l’uccellino

dai dai, Martino

ma io non sono a casa mia, devo andare via.

L’uccellino pianse tanto

E Martino si tolse le babucce e gliele mise sullle alucce

Quando avrai freddo ricordati che non sei solo

E che io ti aspetto

Aspetto sempre il tuo volo.

 

p.s. La settimana di San Martino esiste davvero e la leggenda narra che il santo chiese a Dio di ritardare l’autunno di una settimana per permettere agli stormi di migrare e sopravvivere.

giovedì 20 settembre 2012

La vera storia di Cappuccetto rosso (una contro-favola moderna)

  • Hai preso tutto?
  • Tutto che? Solo la focaccia. Che poi, l'hai fatta con la carne, ma alla nonna piace alle erbette.
  • Ma sì non fa niente. Mangerà.
  • Che figlia degenere.
  • Ehi! Ah, poverina è malata quindi falle buona compagnia. La carne rossa la rimetterà in sesto.
  • Va bene.
  • E porta il pigiama.
  • Ne ha tanti.
  • Non per lei, per te.
  • Eh?
  • Tuo padre ha detto che ci divertiremo che ha una sospresa per me, quindi..
  • ODDIO mamma, non me le dire ste cose!
  • Vai vai. (ridendo). E mettiti il vestito rosso che ti sta tanto bene.. non si sa mai chi potresti incontrare..magari un bel toro..
  • MAMMA!
  • ahahahahahha
Cappuccetto uscì di buon umore, sebbene ancora leggermente sconvolta dalla sfrontatezza della madre, alla quale non si sentiva di assomigliare per niente. E camminando camminando...
  • ROAR
  • Mh?
  • AUUUUUUUUUU
  • Ah, ecco.
Già pensava di aver incontrato un lupo con crisi d'identità.
  • Salve.
  • Come salve?
  • Sono una persona educata.
  • Ti mangio.
  • Ma anche no.
  • Ti dico di sì.
  • Ma io non vado bene. Sono un tipo romantico.
  • E quindi?
  • Trooooopppo dolce. Ah. Perché invece non assaggi questa?
  • Focaccina salata?
  • Sì guarda sempre meglio che mangiare una tutta ossa come me.
  • Fammi provare.
  • Toh.
Cappuccetto rosso passò circa due ore a parlare di amore, amorevolezze, appuntamenti, farneticando che i principi non erano più quelli di una volta. E bla bla bla. Aspettò che il lupo finisse lo spuntino.
  • Era buona?
  • Sì.
  • Potevi offrire.
  • Ma se non ti ho mangiata! Di che ti lamenti!
  • Seee seeee va bene. Mo' vado.
  • Ma ci sarebbe ancora questa cosa del doverti mangiare.
  • Non mi sembri un lupo sveglio.
  • Perché?
  • Meglio un pasto veloce o una scorta periodica? So fare tante focacce e sformatini di carne.
  • Ci vediamo.
Grata alla sua buona stella per essere così scaltra, Cappuccetto si diresse decisa verso casa della nonna. A mani vuote. Vabbè le avrebbe fatto i mestieri in casa in cambio delle focaccine perse.
E cammina cammina....
  • Oh.
  • Oh.
Ecco, avete presente un colpo di fulmine?
  • Salve
  • ......
  • Lei è un cacciatore?
Domanda idiota visto che ha un fucile sulla spalla.
  • Non proprio.
  • ?
  • Vede? È a salve.
  • Ma se non caccia perché porta un fucile.
  • Devo mantenere una certa immagine...
  • Capisco.
  • Una volta facevo il pescatore di polpi. Ma mi spiaceva un po' per i polpi e allora mi son dato alla caccia di lepri, ma mi spiaceva per le lepri..
  • Posso chiedere che cos'ha nel cesto se non sono animali?
  • Funghi.
  • Oh, buoni.
  • Stasera avevo in mente un risotto.
  • Oh, buono!
  • Ahem.
  • Senta, facciamo così, io adesso vado a trovare la nonna, ci vediamo davanti alla drogheria della strega così facciamo la spesa per stasera. In un appuntamento ci vuole almeno il vino.
  • Decide sempre tutto lei? (arrossendo)
  • Certe occasioni fortuite non si sprecano. Sarò mica come Cenerentola, non mi piace ballare, e non sono pigra come la bella addormentata...lasciamo perdere mia cugina Biancaneve eh...
  • Niente rose o alberi di mele allora (ridendo)
  • Nonna dice che sono più come il peperoncino rosso.
  • Sua nonna l'ha inquadrata perfettamente.
  • Ci vediamo stasera?
  • Se me lo dici guardandomi con quegli occhi, non oserò rifiutarti niente.
Si lasciarono, ma solo per ritrovarsi per una cenetta niente male.
  • Ciao nonna. MA CHE FAI?
La nonna stava sulla cyclette.
  • Mi metto in forma. Non ti offendi vero se esco stasera? Ho un puntello con un attore che è un po' filosofo.
  • (puntello?) No no, figurati. Ho un appuntamento con un pescatore che fa finta di fare il cacciatore e che ha anche il pollice verde.
  • Oh BRAVA, sei proprio mia nipote! Tienitelo stretto, che un uomo che sa come curare un giardino, sa come trattare una donna. Non so se mi sono spiegata (facendo l'occhiolino).
  • MA NONNA!
Ed ecco come Cappuccetto rosso scoprì da chi aveva preso sua madre...

The end.

p.s. La cosa bella delle contro-favole moderne è che non hanno una fine ma solo tanti inizi e questo Cappuccetto lo sapeva bene.

p.p.s il cacciatore stava proprio bene col grembiule...e mi fermo qui.
Dedicato in particolare alla mia amica Pensatrice Distratta che mi regala sempre favole con le quali sognare.

sabato 15 settembre 2012

Quandoilmondofaohhh

adoro quando fai ohhh che meraviglia che meraviglia
questo mondo nelle piccole cose, tutto da mettere in barattoli o sennò sai dove? in quelle biglie che prendi e lanci sulla strada della vita e li fai rotolare questi ricordi, queste immagini, come piccoli sogni li conservi e però li fai anche andare, perché devono essere liberi di volare e poi planare e virare ancora e tornare da te.
adoro quando fai ohh che meraviglia che meraviglia
perché non c'è modo migliore di imparare ad amare questa vita e la propria vita se non nelle piccole cose, le azioni minuscole che poi qualche volta si dimenticano, i passi leggeri, quelli affrettati, quelli lenti ma profondi come sassi gettati nell'acqua. o i saltelli, quelli dei bambini che vogliono un gioco, quello delle bambine che giocano a campana. c'è sole tutto intorno oggi che sembra estate, che l'autunno le fa l'occhiolino come a dire ma sì dai, splendi ancora un po' come si deve. così le persone un po' corrono e si affaticano e tornano a casa o si fermano in un bar e prendono un caffè ghiacciato, succo ace per me.
adoro quando fai ohh che meraviglia che meraviglia
perché così si riescono a far vivere bene le belle mancanze, che non ti stringono come un cappio ma che sono più come un respiro in una bolla di sapone o in un palloncino. che poi li lasci andare e quelli si confondono con le nuvole e si salutano.
adoro quando fai ohhh che meraviglia che meraviglia
perché cosi i graffi guariscono più in fretta e la solitudine si assottiglia come un foglio in un libro che allora uno se li prende tutti nelle mani, li unisce a mo' di preghiera e ne esce una storia straordinaria.
che quando uno fa ohhh è come se ricominciasse a vivere superando le difficoltà, i blocchi, il timore di calpestare qualcosa di prezioso, o di inciampare e cadere.
che quando uno fa ohhh allora tutto può migliorare, la vista si fa acuta, come uno zoom su una coccinella su un petalo o una foglia. e vedi microcosmi e sorridi che se fossi una formica faresti parte di una famiglia enorme e con le briciole sulla schiena ti prenderesti cura degli altri e gli altri lo farebbero con te senza abbandonarti.
adoro quando fai ohh, mio cuore, che quando incontri un altro cuore malandato che fa ohhh allora si fa un coro di bellezza e insieme si può camminare ovunque. e insieme non ci sono che orizzonti da esplorare e sfide da accettare.
che quando uno fa ohhh e un altro fa ohhh poi chissà che non riescano a far ruotare la terra col il ritmo giusto.

martedì 28 agosto 2012

Il mio amico Vincent


Mi alzo ogni mattina con addosso il pensiero di morire. Ma non mi fraintendere, non ho mai avuto intenzione di togliermi la vita, che mi è così preziosa, unica vera compagna delle mie giornate. Mi metto sulle stecche delle gambe, quelle di legno, che quelle di ossa non mi reggono più ormai. È quasi ora, lo so. Ma per la miseria se non ho rimpianti! Me la sono proprio bevuta questa vita, ma non come i pittori che hanno occupato le strade e stanno su a forza di pennellate e assenzio. Ah quante ne ho viste François, quanti ne ho visti camminare per strade, trascinarsi. Come quel Vincent, quel claudicante geniale. Tutti dicevano che era pazzo, sai? Ma non lo era per quel che ho visto io, ed era molto poco a dire la verità. Però ti parlo con la bocca dell’esperienza e ti dico che non era affatto tocco, no no, era solo uno dal pessimo carattere, uno che della sua sensibilità faceva una croce da sopportare. In definitiva uno che si piangeva addosso, che odiava tutti perché nessuno aveva mai avuto la forza di amarlo. Ma quante scuse François, che due donne lo hanno amato davvero e lui se l’è scrollate dalle spalle aguzze per via della sua droga preferita: la pittura. E allora, che non mi venisse a raccontare che nessuno era in grado di amarlo o aveva voluto farlo, era lui che scappava, sempre, da tutti, odiandoli.

E non era sensibile, no no, te lo dico io, era nauseato. Tutto gli veniva a rigetto, persino se stesso, soprattutto se stesso, incapace di trovare un’identità radicata nel presente, lui che era stato prete, contadino, predicatore e tanto altro, ma senza esserlo veramente.

Ti starai chiedendo perché sulla soglia della mia vita io perda tempo parlando di lui, be’ ti dico la verità, sarà anche stato un demonio d’uomo ma pure lui ne ha combinate parecchie. La sua vita è interessante ai miei occhi centenari che oramai sono ciechi. Non ti scrivo con la mani François, faccio come faceva Vincent, trovo espedienti, uso tutto quello che ho e mi consumo: lui dipingeva con le dita, io con la mente. Ti scrivo con la mente, François, e lo faccio perché per quanto io ti abbia odiato, ti ho anche amato.  Non sei l’uomo migliore  e neanche quello giusto, sei l’Uomo. Punto. Come Vincent era Vincent. Uno solo e irripetibile, e lasciatelo dire, meno male anche.

Alcune volte penso a te e a cosa hai potuto pensare trovando la mia porta sbarrata.

E’ passato così tanto tempo. E’ passata anche la tua vita.

Tu che tornavi sempre da me con mille promesse, e che non potevi fare a meno di andare con le altre donne. Tu che mi amavi, che amavi la tua vanità molto più di me o di te stesso, per aver il coraggio di scoprire che tipo di uomo saresti potuto diventare. Ma si sa, quelli erano tempi ingrati, di vizi e giorni brevi.

Io rimanevo, con quella porta socchiusa ad attendere il tuo ritorno, e un giorno, basta.

Non sono  andata via per un altro uomo, quello m’ha trovato molto dopo. No, sono andata via per il sangue, quello che mi facevi perdere dal cuore ogni volta che andavi via. Mi davi un poco d’amore, mi affidavi i tuoi sogni e poi andavi ad affondare dentro qualcuno per la paura di realizzarli.

E allora un giorno mi sono svegliata, ho messo le cose nel baule, non ho neanche pensato a lungo, ho solo agito. Ho chiuso la porta.

E chissà che faccia hai fatto. Chissà se hai gridato il mio nome. Se hai compreso i tuoi errori. Ma non ti ho lasciato recapiti, non ti ho sparso briciole come una donnina bisognosa di essere trovata, non ti ho sventolato fazzoletti come una abituata a far cadere gli uomini ai suoi piedi. Ho preso una carrozza e sono scomparsa.

Sai qual era l’alternativa? Morire annegata come la povera Sein, la prostituta salvata da Vincent e poi abbandonata. E quanto mi s’è stretto il cuore per lei mentre cullavo ogni tanto la decisione di lasciarti.

E chissà che fine hai fatto François.

Di certo so che vita ho fatto io, quante cose ho potuto vedere, a ottant’anni suonati e cantati, avresti riso nel vedermi sulla mia bicicletta, imperterrita e bizzosa come un cavallo cocciuto e ribelle.

Mi avevi amata anche per quello. Hai tirato la corda. L’hai spezzata. Io me ne sono andata.

E sono salita sulla mia vita. Jeanne, pluricentenaria, dalle idee bizzarre, dalla lingua biforcuta.

Sono una strega. E mi trovo a pensare che io e Vincent ci saremmo divertiti, lui a nausearsi di me e io a ridergli in faccia. Anche quello sarebbe stato amore. Ciò di cui aveva bisogno non era una donna, un amore, ma amicizia, pura, semplice, incondizionata, come quella che cercava da suo fratello, ma non ha mai avuto.

Ecco, io credo che saremmo stati buoni amici.

Ma non essere geloso François, né delll’amicizia, né dell’amore. Perché sono tua come non lo sarò mai di nessun altro.

Oggi mi hanno chiesto come vedevo il mio futuro. Ho risposto: molto breve.

Per la miseria, ho centoventuno anni, per quanti ancora si aspettano che io possa trascinarmi? Sono storpia e cieca e muoio dalla voglia di fumare da una ventina d’anni ormai. Ma mica lo chiedo se mi accendono una sigaretta, col cavolo, sono Jeanne io, quella che le cose le ha fatte tutte da sola!

Chissà se in paradiso ci saranno sigarette…

Penso di sì, e come sarà felice Vincent, che non poteva permettersi che una pipa. E per inciso, secondo me odiava pure quella.

Sì lo so, saremo buoni amici io e lui.

 

venerdì 24 agosto 2012




Che siamo precipizi di silenzi dentro vasi vuoti.

Prendi questo, adesso, tienilo tra le mani, sono piume di silenzio leggero ora.

Sono parole che sanno di zucchero, che basta metterlo in bocca per scioglierselo dentro.

E sciogliamo tutte le parole dentro le nostre bocche, e le leghiamo a mille silenzi.

Ed essi viaggiano, corrono, a volte stanno in punta di piedi, delicati, timorosi, si affacciano dalla finestra dei nostri occhi e lì raccontano storie, mille storie che non ci diremo mai, che le parole non basterebbero. E che ci cadono fuori come lacrime che non riusciamo a trattenere dentro. È tutto. Troppo. E’ tutto. Insieme.

E allora chiuderemo le palpebre e fisseremo tutte le lettere, anche quelle che ancora non hanno forma.

Tutto quello che esiste lo si può toccare ma quello che ancora non esiste, lo si può sperare.

E noi facciamo anche questo. Noi tessiamo trame di tutte le parole che non esistono su questa terra.

E sono in parte silenzi, in parte linguaggi di alieni lontani. E quegli alieni siamo noi che stiamo nel mondo in punta di piedi, per non disturbare, ci rifugiamo negli angoli, negli infissi delle porte e in fondo ai lavelli delle cucine per gorgogliare silenzi carichi di tristezza o gioia, o pianto.

Lo senti tutto questo respirare delle tende? Lo senti il nostro fiato che si confonde nel vento, che non spreca il nostro ansimare?

E le vedi tutte le ombre sul soffitto? Che sono anche quelle lettere nostre, parole di luce nella notte delle nostre esistenze.

Che siamo vertigini di parole tremanti su tavole di legno antico.

 

 

 

lunedì 20 agosto 2012

Sun

E poi si cade. Inevitabilmente, prima o poi si cade. Dalle scale, dal tetto, dalla vita. O da una sedia.
Si contano le ossa, i lividi i graffi.
Ci si guarda intorno e ci si sdraia a terra, braccia stese, palmi all’insù.
Si guarda il soffitto: bianco.
Si aspetta qualcosa, il silenzio, qualcuno che ti tiri su, il coraggio di tirarti su, o le mani dell’amore che si intrecciano con le tue.
Si guarda il sole, forte, fortissimo, che così non te lo dimentichi.
Poi si torna a guardare il soffitto.
Si chiudono gli occhi. E si vede un sole verde, blu, tendente all’arcobaleno (questo lo aggiungo perché amo gli arcobaleni).
Lo si guarda così il sole, perché farlo direttamente vorrebbe dire perderci la vista.
Lo si vede ballare, o passare con la scia incorporata.
Poi si stringono i pugni e si fa una smorfia perché uno tenta pure di rialzarsi, ma niente, fa male.
Fa male cadere. Fa male rialzarsi.
Ma una cosa rimane: quel sole, quel sole che se non può riscaldarti la pelle, almeno tiene al caldo i pensieri.

Hard c(u)ore

Farò piano, pianissimo, perché come vuoi che possa finire una cosa così?
Sarò una barca che ti oscilla dentro e ti porta il mare.
Sarai un gorgo che mi risucchia, una voragine che mi accoglie.
Ci vorrò cadere dentro il tuo piccolo inferno, umido e pietoso.
Soffierò sulla tua fiamma, piano, sempre piano, così riderai per il solletico, riderai piano perché ti piacciono i sussurri del vento.
E sarò anche quello. Tutto attorno come una brezza che ti avvolge senza braccia, una piuma sui tuoi occhi, e con la bocca solo sorgente d’acqua viva da scambiarci sulla lingua.
E anche tu sarai mare per me, prima di venire, me lo dirai, mi dirai “amore aspettami ancora. Aspettami. ORA”
Poi uscirò che le mie vele saranno tornate morbide.
Ma non smetteremo di amarci.
E dopo la carne, saranno i nostri sguardi, un mare dentro un altro mare.

domenica 19 agosto 2012


Il vuoto e il pieno

Artista del silenzio
e musichi parole
immensi quadri di tutto
per te sono solo schizzi
cose che non finiscono
iniziano solamente


funambolo di nebbia che ancora non vedi il fondo
ma se ti rivelassi come potresti guardare il mondo?


Che ci sono doni che non si chiedono
si trovano per strada, guardando le proprie orme
e scorgendone accanto altre, a riempire
a unire


ogni uomo è una strada
ogni donna è un sentiero
il crocevia un contatto che ferisce
l'empatia ciò che li guarisce.


E del pieno si riempie il vuoto
nell'otre il vino buono
nella bocca l'unico sapore
di parole e silenzi d'amore.

mercoledì 8 agosto 2012

Svenimentolento

Che non ci sono altri modi per descriverlo, che quando ti prende ti porta via, e sembra uno tsunami di dolcezza e invece ti romba un tuono di paura che si allarga all’infinito. Pianissimo si espande, toglie spazio e lo restituisce, amplificandolo, come l’onda che osa e si ritira e poi si spinge un po’ più dentro che fa l’amore con la sabbia. E le dice che non la scalderà, ma la coprirà e le toglierà la voglia coprendola, dopo l’amplesso quello che rimarrà sarà l’impronta umida sulla spiaggia. Lettere di schiuma come un tatuaggio e dopo che lui se ne andrà, rimarranno per un po’, a ingravidare il foglio di carta dorata.

E la vertigine non ha fine, che le parole non finiscono e se ci provano quelle si allargano invece di stare vicine vicine, così diventano briciole legate dallo spazio dell’assenza che le riempie, e insieme riempiono ancora la spiaggia. Fino a che il mare ritorna, e si stende che se potesse accenderebbe una sigaretta per godersi la sabbia ancora un pochino. Ma non si accendono i fuochi sulla sabbia, dice lei, e il mare sorride e l’abbraccia ancora tutta la sua spiaggia. Tutta in una volta. Svieneluiesvienelei, che sembra uno scioglilingua e le parole si aggrovigliano quando sono così vicini, e ancora un po’ si confondono. Devi andare, già lo so non lo dire, e lui piange ancora schiuma su di lei che sempre l’accoglierà, in un lentomovimento, lentosenzafine.


domenica 5 agosto 2012

pregograziescusitornerò


Prego: vuol ballare con me?
Grazie: preferisco di no
Scusi: gradisce champagne?
Prego: non ci interrompa, insomma!
Grazie: che modi! Non sia scortese, cerca solo di fare il suo lavoro...
Scusi: mi scuso per l'interruzione.
Prego: bene. L'ha capita.
Grazie: …
Prego: Allora?
Grazie: cosa?
Prego: vuol ballare con me?
Grazie: preferisco non ripetermi.
Scusi: gradisce qualche stuzzichino offerto dalla casa?
Prego: Ah rieccolo! Senta, cosa non comprende del “non ci interrompa?”
Grazie: di nuovo. Sta facendo solo il suo dovere. Vuole che lo licenzino?
Prego: non è un problema mio.
Grazie: …
Prego: se non vuole ballare, le posso offrire non so, un giro sulla mia decapottabile?
Grazie: preferisco di no.
Prego: insomma, lei è una tosta eh? Si vuole far desiderare, l'ho capito.
Grazie: quante cose capisce, lei.
Prego: la ringrazio.
Grazie: non è il caso.
Scusi: madame, le posso offrire un fiore?
Prego: da quando in qua i camerieri fanno anche i venditori ambulanti?
Scusi: è una serata speciale. Il ristorante omaggia le donne più eleganti della sala.
Grazie: ma è la prima rosa che vedo nella serata.
Scusi: appunto, madame.
Grazie: …
Prego: bene, bene, ristorante impeccabile. Ora però se ne vada, che qui ci ha interrotti ancora.
Scusi: chiedo scusa.
Grazie: non deve. Si figuri.
Prego: allora, per quella gita al chiar di luna?
Grazie: preferisco un tango.
Prego: cosa?
Grazie: un tango. Mi ha invitato a ballare. Il liscio che mi proponeva non fa per me. Preferisco il tango.
Prego: AH! Ma certo, vado a dirlo subito all'orchestra. Un tango! Tutto per lei.
Quando Prego tornò al tavolo, lo trovò vuoto. Solo un biglietto con su scritto “Non tornerà.” firmato, Scusi.